giotto crocifissione

Lo Stabat Mater si apre con un ampia introduzione dove gli strumenti, all’unisono, tracciano una semplice melodia sulle armonie fondamentali. Tocca poi alla voce del tenore lanciare sommessamente, sulla parola Stabat, il primo gemito di dolore, per passare appena dopo alla espressiva armonia “napoletana” sulla pronuncia della parola dolorosa. La parola lacrymosa viene espressa con una ostinata ripetizione, per tre volte, con un intervallo di seconda minore, così come il verbo pendebat viene sottolineato da una delicata sincopazione applicata ad un vocalizzo lungo ben due battute. La figurazione sincopata viene poi ripresa anche dal coro, in sequenza, dai contralti e dai tenori nella ripetizione del medesimo testo; ad essa però sia sovrappone il grido di dolore dei soprani che prima ripetono per sette volte un Do e intonano poi un Fa acuto che occupa tre strazianti battute. Il lamento diventa poi un vero e proprio singulto sulla frase Cujus animam gementem. Geniale artificio sonoro è anche la rappresentazione della spada che trafigge l’anima di Maria ottenuta con un repentino passaggio dal piano al forte sulla prima vocale i della parola pertransivit. Meditativo è invece il carattere del secondo brano O quam tristis et afflicta per il quale Haydn sceglie una tonalità maggiore e dove l’abilità descrittiva si concentra sui verbi del dolore moerebat, dolebat e, soprattutto, tremebat reso con la rapida ripetizione di intervalli di seconda in trentaduesimi nel basso ed in sedicesimi nella melodia. Protagonista del terzo brano Quis est homo qui non fleret è il coro che, con poderosi accordi prima anticipati dall’orchestra, si interroga sul dolore della madre di Cristo; sulle parole in tanto supplicio si sviluppa un semplice fugato sviluppato su un tema dagli intervalli ampi e distesi, accompagnato dalle rapide figurazioni dei violini che con scorrevole dolcezza mascherano la severità del contrappunto. Al soprano è affidato il quarto momento Quis non posset contristari, un bellissimo esempio di Aria da chiesa basata sull’esplorazione dei cromatismi della tonalità di Fa maggiore sulla figurazione ritmica delle sestine che si scambiano orchestra e solista. Il quinto brano Pro peccatis suae gentis è il primo Allegro dell’opera. La rapidità delle figurazioni orchestrali che, con un ampio impiego delle note ribattute, fanno da contraltare alle note scandite e talvolta lunghe dal basso, evocano la concitazione delle fasi cruente della Passione In tormentis et flagellis. Tra i vertici dell’intero Stabat è sicuramente da considerare l’aria (la n.6) affidata al tenore Vidit suum dulcem natum. Anche nella tonalità, Fa minore, è il momento che più riverbera il capolavoro di Pergolesi. La contemplazione del dolore e della morte è assoluta, dispiegata in una semplicissima duplice sequenza di note discendenti. Sulle parole moriendo desolatum, improvvisamente l’armonia sparisce. La voce e l’orchestra, all’unisono, si imitano su differenti intervalli creando una tragico senso di vuoto, l’angoscia dell’assenza. È il coro che apre, con Eja Mater la seconda parte della sequenza, quella in cui la visione del dolore diviene preghiera. Si tratta di un Allegretto in Re minore ricco di contrasti timbrici e di accenti usati soprattutto per sottolineare la forza del dolore che colpisce l’animo della Madre Vim doloris.
L’ottavo numero Sancta Mater, istud agas è un articolato duetto del Soprano con il Tenore, sulle cui lunghe note l’orchestra suggerisce delle ampie fioriture dal sapore squisitamente pre-mozartiano.
Il ritmo lento Lagrimoso ricompare nel successivo brano Fac me vere tecum flere, una toccante aria dedicata al contralto. La costruzione risente di alcuni stereotipi del tardo Barocco, ma nel complesso l’insistente uso delle legature di espressione tra due note, ben rievoca la suggestione del pianto.
Completamente staccato dalla generale atmosfera del lavoro è il decimo brano Virgo Virginum praeclara, un lungo dialogo tra il quartetto dei solisti ed il coro. Lo stile compositivo è ampiamente imitativo ma il tono generale si svolge senza rigore, con sostenuta e piana serenità. Il ritmo Andante , in 3/4, potrebbe essere quello di un Minuetto che Haydn trasfigura grazie ad un’orchestrazione morbida ed alla continua e sapiente trasposizione armonica delle parti vocali.
Costituisce una netta frattura l’undicesimo brano Flammis orci ne succendar, un Presto nello stile dell’aria d’opera italiana che impegna il basso in ampi salti di registro. La tonalità è un vigoroso Do minore e l’orchestrazione sfrutta un velocissimo tremolo degli archi, dando sostanza musicale all’immagine terrificante del fuoco degli inferi.
Il tono elegiaco e contemplativo torna a caratterizzare la breve aria del tenore Fac me cruce custodiri, forse la melodia meno elaborata dell’intera opera. Cromatismo ed armonia sono estremamente limitati, probabilmente perché Haydn sceglie di non impegnare troppo l’ascoltatore prima di introdurlo nel grande e conclusivo quadro.
L’incipit del penultimo numero Quando corpus morietur ci riporta alla tonalità iniziale di Sol minore. Il contralto ed il soprano commentano, con una lentissima e commovente scansione cromatica discendente, le parole quando corpus morietur. L’armonia è scarna e la strumentazione essenziale. Il dolore sembra essere scomparso per lasciare il campo alla pura meditazione. Il coro dà il via al climax conclusivo con un ritmo lento e in tono sommesso per lanciarsi in un maestoso e vivace fugato (n. 14).