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Dignità al testo “musicato” simbolo di un dolore misurato.

Con il testo dello Stabat Mater si sono cimentati centinaia di compositori di ogni epoca. Qualche studioso ne avrebbe contato più di 300 versioni. Tra la versione gregoriana e quella di Arvo Pärt (del 1985, ma sorprendentemente affine allo spirito di Haydn), si possono citare i nomi di Palestrina, Vivaldi, A. Scarlatti, Salieri, Pergolesi, Boccherini, Stefani, Caldara, Gazzaniga, Rossini, Donizzetti, Verdi, Dvorak, Poulenc, Szymanowski, Penderescki. E’ parere di molti, ma non di tutti, che lo Stabat Mater di Pergolesi (1736) sia il più ammirato. Lo stesso Haydn doveva conoscere quest’opera visto che la chiesa parrocchiale di Eisenstadt ne possedeva una copia. Il primo maggio del 1861, il quasi trentenne Franz Joseph Haydn, che aveva già alle sue spalle una onorata carriera di esecutore e compositore, fu assunto alle dipendenze della famiglia Esterházy. Il principe Paul Anton e il fratello minore Nicolaus, formati nelle scuole dei Gesuiti, erano entrambi validi musicisti e si accorsero immediatamente del superiore valore del giovane compositore. Nonostante il sessantottenne e acciaccato Kappelmeister Gregor Werner fosse ancora in vita, gli Esterházy non perdettero l’occasione di assicurarsi per gli anni a venire i servigi di un talento tanto prodigo. Senza far torto all’onorato titolare della musica di corte, Haydn fu nominato “Vice–Capel-Meister”. Alla sua posizione competeva approntare composizioni ed esecuzioni di ogni genere vocale e strumentale ad eccezione del repertorio sacro, che restava appannaggio dell’Ober-Capel-Meister. La radicata religiosità di Haydn, che a 8 anni proprio in chiesa aveva iniziato il suo apprendistato, dovette sicuramente soffrire di questa limitazione. Cinque anni dopo, quando Werner venne a mancare, assunse quindi con estremo zelo la responsabilità della Musica Sacra di corte, anche se il prinicipe Nicolaus, succeduto al fratello Anton, non era un estimatore del genere liturgico. Nei dieci anni seguenti Haydn trovò comunque le occasioni ed il tempo per arricchire il proprio catalogo con ragguardevoli composizioni su un’ampia gamma di testi sacri. Dalla cantata celebrativa “Applausus” alla “Missa Sunt bona mixta malis”, dal “Salve Regina” alla “Missa Sancti Nicolai”, all’oratorio “Il ritorno di Tobia”. Su tutte campeggia, per dimensioni e per grandezza musicale lo Stabat Mater, scritto nel 1767. Nell’affrontare il testo medioevale della Vergine addolorata, Haydn era ben consapevole di avventurarsi in un’impresa impervia. Benché potesse attingere al sublime modello pergolesiano, la tradizione tedesca offriva esempi solo di scarso rilievo ed i musicisti a lui vicini non vi si erano nemmeno cimentati, intimoriti probabilmente dalla lunghezza del testo, dalla monotonia dell’azione evocata e dall’uniformità del carattere mesto. Per Haydn questi deterrenti furono invece motivo di sfida ed il grandioso risultato ottenuto, forte di una sorprendente varietà di intonazioni ed ispirazioni, divenne successivamente un modello cui guardarono con interesse altri compositori come Rossini che scelse, per il suo capolavoro sacro, la stessa tonalità di Sol minore.

Nello Stabat Mater, Haydn raggiunge un traguardo nuovo, rispetto al filone dominante della tradizione italiana, riuscendo ad offrire al testo musicato la dignità propria di un dolore misurato, interiore, sublimato e silenzioso, fedele specchio della tradizione cattolica austriaca.

La prima esecuzione dello Stabat Mater avvenne nello stesso anno di composizione ad Eisenstadt, ma il vero battesimo della composizione si ebbe successivamente a Vienna. Era accaduto che Haydn avesse inviato a J.A. Hasse, il principale compositore allora attivo in Austria, una copia del lavoro da poco ultimato “con la sola intenzione che, nel caso qua e là io non avessi reso adeguatamente parole tanto significative, il maestro, tanto bravo in ogni genere musicale, potesse rimediare a queste carenze”. Si trattava, forse, di falsa modestia: Hasse, non solo non trovò nulla da emendare ma indirizzò al collega un generosissimo apprezzamento che Haydn conservò orgogliosamente per anni. In segno di stima Hasse lo invitò ad eseguire lo Stabat Mater nella capitale. Fu proprio da Vienna che, dopo i successi del 1771 (anno della prima esecuzione documentata del lavoro al di fuori della ristretta cerchia della corte Esterházy) che lo Stabat Mater conquistò l’Europa. Le copie presenti nelle biblioteche di Roma, Napoli, Madrid, Parigi, Londra confermano l’estrema popolarità dell’opera. Nelle epoche successive, come accadde a molte altre composizioni di Haydn, lo Stabat Mater cadde in oblio per essere, solo di recente, ricollocato nell’evidenza che merita.
Gli strumenti stilistici impiegati, la ricerca continua di precisione espressiva, l’aderenza maniacale delle figurazioni al testo, la costruzione di piani sonori profondamente antitetici e repentini, il ricorso ad armonie ardite intrise di cromatismi estremi collocano lo Stabat Mater nella poetica preromantica dello “Sturm und Drang”. Ciò che colpisce è come l’eccezionale efficacia e penetrazione della composizione sia ottenuta con un ampio ricorso agli andamenti lenti (solo 4 movimenti vanno oltre il tempo “moderato”) e con un magistrale impiego delle tonalità minori (in 7 brani) delle quali lo stesso Haydn non era solito avvalersi. Eppure, grazie ad una fervida immaginazione musicale, che utilizza sapientemente le diverse tonalità in base allo specifico carattere affettivo, che la teoria estetica settecentesca attribuiva loro, ogni brano ha un carattere unico, inconfondibile. Un risultato ancor più ammirevole se si considera la sobrietà dell’organico orchestrale che prevede, oltre alle quattro voci degli archi, due oboi, sostituiti dal suono più malinconico di due corni inglesi nei due brani in mi bemolle (O quam tristis et afflicta e Virgo Virginum praeclara), ed un fagotto facoltativo a rinforzo del basso.

L’architettura del lavoro utilizza come punti di snodo 5 brani corali, tre dei quali (1, 10 e 13) prevedono comunque ampi interventi dei solisti. Altro elemento di rilievo è la ricchezza di immagini musicali associate alla parola. Nel primo brano, forse il più riuscito dell’intera opera, questa abilità raggiunge vertici che sarà difficile per lo stesso Haydn eguagliare anche nella più avanzata maturità. (Aronne Mariani)