Qualunque fosse la maniera di recitare i dialoghi nelle Tragedie dell’Antica Grecia, tema ancora aperto, non v’è alcun dubbio che i Cori fossero davvero cantati e non soltanto declamati.

Il Coro, come fosse uno spettatore, esprimeva le proprie riflessioni sulle vicende del dramma, con reazioni di approvazione, ammonimento, etc. etc, per i protagonisti della storia.

I Cori separavano le differenti azioni in parti, definendone delle divisioni simili ai moderni atti o scene: risultava così un alternarsi di momenti drammatici a momenti più statici e riflessivi un po’ come nell’Opera Barocca, in cui si sarebbe distinta l’azione drammatica (recitativo o dialogo parlato) dai momenti lirici (arie, cori e balletti).

Tutti gli attori della tragedia greca erano di sesso maschile, senza alcuna eccezione per il coro, che inizialmente era formato da molti elementi ma che nel tempo fu ridotto fino ad un numero di dodici o quindici elementi. Colui che guidava il coro (chorego, choryphaios) rivestiva un ruolo ambito ed era scelto fra i cittadini più ricchi e influenti della comunità; d’altro canto il corifeo doveva mantenere il coro a sue spese, al limite fino alla bancarotta.

Le parti corali, come del resto tutta la musica greca, consistevano di monodie, melodie in cui a ogni nota corrispondeva una sillaba, accompagnate da strumenti come la cetra e l’aulos. Questi strumenti probabilmente suonavano brevi introduzioni alle parti corali o interludi. L’accompagnamento consisteva o nel raddoppiare le voci all’unisono o nell’arricchire di abbellimenti la linea melodica–vocale, pratica questa conosciuta come eterofonia.