Peter Cornelius (1824-1874), un predestinato, sin dalle prime ore della sua vita, a una carriera incentrata sulla parola e la musica; i suoi genitori, entrambi attori a Magonza e Wiesbaden, lo misero a contatto con il palco e con la letteratura drammatica molto precocemente. Come altri giovani della sua generazione, ad esempio Robert Schumann, Cornelius si appassionò alla letteratura tedesca in giovane età, tra i romanzi e i racconti di Jean Paul e Ernst Theodor Amadeus Hoffmann e la poesia e i drammi di Goethe e Schiller. Allo stesso modo sviluppò un forte interesse per la musica ed in particolare per l’opera. Così si preparava ad una doppia carriera, come musicista e attore, con il padre a sovrintendere alla formazione teatrale ed un violinista locale come insegnante di violino e di teoria musicale. Le sue prime composizioni, tra il 1838 e il 1842, furono lieder, duetti, cori, opere sacre o profane, comunque musica vocale. In effetti, a parte alcuni pezzi per pianoforte inediti e musica da camera, Cornelius compose e pubblicò musica che comprendesse sempre la voce umana con la sola eccezione dell’ouverture dell’opera “Il barbiere di Bagdad”.

Il suo stile musicale maturò sotto la guida di Franz Liszt a Weimar che lo indirizzò verso la musica sacra, sebbene le sue passioni rimanessero l’opera e la canzone, in cui poteva coltivare allo stesso tempo il suo talento letterario. Sia Liszt che Cornelius scrissero importanti opere corali verso la fine della loro vita. Liszt scrisse per tutte le possibili formazioni corali: sembrava preferire composizioni estese, come i Salmi 13, 23, 129, 137, o le messe, in particolare la Missa Solemnis e la Messa per l’Incoronazione ungherese e oratori come La Leggenda di Santa Elisabetta e Christus. Al contrario, Cornelius, dopo un primo periodo di composizioni più serie, come le tradizionali forme sacre, lo Stabat Mater, il Domine salvum lac regem e due Messe, abbandonò la composizione sacra per oltre un decennio, tornando sul genere solo verso la fine degli anni della sua vita. I suoi ultimi lavori corali furono la risposta ad una sua voce interiore, piuttosto che a motivazioni contingenti, professionali; non si curò tendenzialmente né di pubblicarli né di eseguirli. Come Liszt anche Cornelius ebbe una profonda fede in Dio, fonte di ispirazione anche nella scelta dei testi per i suoi corali, nei quali, tra l’altro, fece confluire anche la tradizione tedesca delle società dilettantistiche corali (Gesangvereine) che eseguivano “musica nazionale”. In effetti, fu sotto l’influenza del direttore di un gruppo corale amatoriale, Carl Riedel, a Lipsia, che Cornelius scrisse alcune delle sue opere più interessanti. I corali di musica, quasi senza eccezione, attingono da testi di autori rispettati come Goethe, Schiller, Uhland, Heine, Ruckert, Eichendorff, Heyse e Hebbel. Impiegò questi e i testi sacri con estrema cura evitando la trappola della semplice illustrazione musicale delle parole. In effetti il rapporto tra le parole e la musica non risultava così evidente come quello delle opere dei suoi contemporanei meno illustri. A differenza di quei compositori che credevano nel ritorno allo stile del Rinascimento e a Palestrina, Cornelius tendeva a rifuggire le armonie modali in favore di un linguaggio contrappuntistico, cromatico. Tuttavia, le voci, solo occasionalmente venivano impiegate a mo’ di imitazione, sia per ragioni testuali che per cercare di costruire un climax, come in ‘Der Tod, das ist die kUhle Nacht’ (Op 11 N. 1). Cornelius preferiva un suono corale più strutturato, con le voci ben divise tra i vari registri, per esaltare maggiormente le sfumature del tempo e la dinamica. A parte il Requiem, i suoi pezzi corali sono relativamente brevi, e durano dai due ai cinque minuti. Proprio come nei lieder, queste opere corali sono musica per cantanti, e nonostante la loro connotazione armonica, si distinguevano chiaramente come appartenenti alla tradizione di canto del tempo.