Precarietà economica ed indipendenza artistica

mozart vienna
Dopo la trionfale esecuzione nel 1781 dell’opera Idomeneo, l’ennesimo scontro con l’arcivescovo Colloredo, che aveva usato nei suoi confronti un atteggiamento sprezzante e umiliante, indusse Mozart ad abbandonare definitivamente gli incarichi salisburghesi e a trasferirsi a Vienna.
Qui visse dando lezioni private e concerti e praticando, come libero artista, la professione di compositore: questa decisione, se da un lato fu motivo di angoscia per una situazione economica sempre più precaria, dall’altro rappresenatava un  primo rivoluzionario proclama di indipendenza ideale dell’artista nei confronti della classe detentrice del potere (tale condizione, portata coraggiosamente a compimento da Beethoven, sarebbe diventata una norma con gli artisti romantici). Poco dopo la prima rappresentazione del  “Ratto del serraglio”, avvenuta nel 1782, Mozart sposò Costanza Weber, dalla quale ebbe sei figli: di essi solo due sopravvissero al padre. Nell’ambiente estremamente stimolante di Vienna il musicista acquistò un a sempre maggiore consapevolezza culturale, politica (significativa la sua adesione alla massoneria) ed estetica. Nacquero i capolavori della maturità: accanto alle maggiori opere sinfoniche, cameristiche e religiose, le grandi prove drammatiche quali “Le nozze di Figaro” (1786), il “Don Giovanni” (1787), la più intensa incarnazione di questo straordinario mito, e “Così fan tutte” (1790), composte tutte su libretto di Lorenzo Da  Ponte poeta dei teatri imperiali. Nel 1787 Mozart aveva ottenuto la nomina di compositore di corte con un modesto stipendio, ma la sua situazione economica fu sempre precaria: lo stipendio, le lezioni private, le composizioni che gli venivano commissionate non bastavano a sostenere il pesante bilancio familiare.

Un grave colpo  gli venne dalla morte del padre, il 28 maggio 1787.

Mentre le sue condizioni di salute andavano progressivamente peggiorando, Mozart componeva proprio nell’ultimo anno di vita gli estremi capolavori, quali “Il flauto magico”, “La clemenza di Tito” e il “Requiem”, opera che rimase incompiuta e che il musicista affrontò, nella certezza della fine imminente, come un’altissima meditazione sulla morte.