La fine dell’Uomo e l’inizio del Mito

verdi2Con Otello (Milano, Scala, 5 febbraio 1887) Verdi riporta il dramma al livello dell’individuo – il protagonista – che si dibatte e soccombe tra l’astrazione assoluta del bene – Desdemona – e quella del male – Jago -.

Se in Otello sono ancora riconoscibili, pur nel flusso continuo del discorso sonoro e drammatico, nuclei statici nei quali si intravedono le forme musicali chiuse del passato, in Falstaff, l’estrema fatica operistica verdiana, l’azione si trasforma in puro gioco dell’intelletto, al quale corrisponde un altrettanto sottile e raffinato procedere di simmetrie sonore.

La produzione artistica di Verdi si chiuse con la composizione dei tre pezzi sacri, uno Stabat Mater ed un Te Deum per coro e grande orchestra, che incorniciano la preghiera alla Vergine dall’ultimo canto della Divina commedia, affidato a quattro voci femminili soliste e, a questi tre brani venne in seguito aggiunta, all’inizio, un’Ave Maria per coro a cappella, composta precedentemente. Anche qui, come nel Requiem, le aspirazioni ad una trascendenza si alternano ad una visione pessimistica della realtà umana, la sola alla quale Verdi crede veramente. Tutto questo fece da preludio alla sua morte che avvenne il 27 gennaio 1901.