lulliNacque nel 1632 a Firenze, in Italia. Questa ovvia precisazione non è una semplice banalità ma è un riferimento critico al nome con cui il compositore fu conosciuto ovvero Lully (Lullì, alla francese). Ma quale fu il percorso che lo portò in Francia?
Una nobildonna francese Mademoiselle de Montpensier aveva pregato lo Chevalier de Guise di partire per l’Italia allo scopo di ricondurre con sé un piccolo italiano, “se ne avesse incontrato qualcuno grazioso”, e fu proprio il giovane Jean-Baptiste che egli riportò con sé al suo ritorno. Sicuramente di umili origini, il bambino era piaciuto allo chevalier per la gaiezza e la vivacità, giacché in bellezza decisamente non brillava. Quando mademoiselle lo vide, non gli trovò posto migliore delle sue cucine. Dobbiamo immaginare che lo chevalier non avesse fatto menzione dei talenti che possedeva quel ragazzo. Aveva infatti ricevuto lezioni da un monaco francescano che gli aveva insegnato a suonare la chitarra, strumento per il quale Lully conservò sempre una speciale predilezione, parlando sempre con rispetto e riconoscenza del maestro che gli aveva insegnato a suonarla.
Non tardò molto a procurarsi un violino, di seconda mano, dato che era uno strumento allora molto in uso, soprattutto impiegato per accompagnare le danze. D’altronde, lo studio della chitarra e la sua disposizione naturale, gli resero l’apprendere la diteggiatura del violino, una cosa facile e quasi naturale, il suo desiderio di apprendere fece poi il resto e impiegò ogni suo momento libero in questo studio. Il conte di Nogent, nel far visita a mademoiselle e passando per caso sotto le finestre delle cucine, disse alla principessa che tra i galoppini si trovava uno che aveva talento e mano. Il ragazzo compiva allora tredici anni.
Mademoiselle lo fece uscire dalle cucine per accoglierlo nei suoi appartamenti, da dove la sua figura poco gradevole l’aveva in un primo tempo fatto allontanare. Durante i sei anni in cui Lully rimase in questa casa fece dei progressi straordinari, specie nello studio del violoncello.
Studiò il clavicembalo e la composizione con Métru, Gigault e Roberday, organisti allora molto celebri a Parigi.
Appena Lully cominciò a possedere qualche conoscenza nel campo musicale, si mise a comporre e le sue arie non tardarono ad essere notate. Una rimarchevole circostanza, poco onorevole in verità per lui, aumentò la sua reputazione di compositore. L’aver messo in musica una satira contro la sua padrona, mademoiselle de Montpensier, cosa che gli procurò il bando dalla casa in cui aveva vissuto fino ad allora. Obbligato quindi a cercarsi un’occupazione per aver di che vivere, si presentò all’orchestra di corte, e fu accolto come garzone d’orchestra, benché già componesse arie e sinfonie notevoli gustate da tutti coloro i quali le ascoltavano.
Il re stesso ebbe voglia un giorno di sentire Lully che suonò in sua presenza con un tale successo che una nuova banda di dodici violoni fu formata e messa sotto la sua direzione e la si chiamò banda dei petits violons.
Sotto la guida di Lully i petits violons non tardarono a superare i grands violons ed è proprio grazie al loro direttore che si deve il perfezionamento della musica strumentale in Francia, tanto sotto il rapporto della composizione, quanto sotto quello dell’esecuzione. Tutti i violinisti del periodo che furono degni di nota provenivano dall’orchestra di Lully. Nonostante ciò, egli cercava di trovare dappertutto dei protettori, facendosi sentire nelle riunioni importanti dei grandi personaggi della corte e componendo dei brani di limitata estensione che egli stesso cantava. Il suo successo, del resto, era assicurato, dal momento che era piaciuto al re.
Nei balletti, misti alla prosa teatrale, che si eseguivano spesso a corte e nei quali Luigi XIV e altri membri della famiglia reale talvolta figuravano, fu incaricato di aggiungere delle arie di canto o di danza.
Molta soddisfazione incontrarono le sue produzioni in questo genere al punto che, alla rappresentazione dell’opera Serse di Francesco Cavalli, venne incaricato di aggiungervi delle arie di balletto e ben presto ebbe l’incarico di comporne la musica per intero. Nominato quindi dal re Sovrintendente della Musica, smise di suonare per dedicarsi alla composizione. Come tale, si mostrò accurato e laborioso, scrivendo una gran quantità di pezzi che si cantavano soprattutto al momento in cui il re si addormentava. Presto gli applausi della corte non bastarono più a Lully, la sua reputazione non tardò a divenire popolare.
Le opere italiane, eseguite a corte dai cantanti che Mazarino aveva fatto venire da Venezia, erano poco apprezzate, sia perché non si comprendeva la lingua italiana sia perché si pensava che sarebbe stato impossibile applicare a melodie simili la poesia francese.
Lully stesso, per dieci anni, non cessò mai di ripetere che la lingua francese non poteva prestarsi in alcun modo alle esigenze dell’opera italiana, ma Pierre Perrin, l’aveva smentito, scrivendo le parole di una pastorale che egli aveva chiamato première comedie française en musique, a cui fece seguito un’opera intitolata Pomone, entrambe musicate da Robert Cambert e della realizzazione delle quali si era occupato il marchese di Sourdeac.
È un errore molto grave, benché comune, indicare Lully come il creatore dell’opera francese, fu soltanto dopo il successo di Camberty che Lully smise di trovare la lingua francese ribelle alla musica drammatica. Forte della protezione della corte, fece costruire un nuovo teatro in rue de Vaugirard e seppe ottenere dalle mani del re, una lettera in cui si ordinava la chiusura di quello di Guischard. Lully, nel suo teatro svolgeva mansioni di compositore, direttore, regista, maestro concertatore, di ballo e capomacchinista. Per una rara fortuna, incontrò un poeta Philippe Quinault, che seppe piegare il suo genio ad ogni esigenza della scena e della musica. Quando Quinault aveva terminato una scena in maniera da accontentarlo, Lully la guardava, la penetrava a fondo, leggendola e rileggendola fino ad impararla a memoria, allora si metteva al clavicembalo, cantava le parole e imprimeva nella sua testa la melodia da adattarvi. Quando il brano era così terminato, poteva ripeterlo per intero senza difficoltà. Allora venivano Lallouette e Colasse che lo scrivevano sotto la sua dettatura, lasciando loro il compito puramente meccanico di aggiungervi la linea di basso continuo alla melodia e alle singole parti strumentali.
Tutto ciò non fa però di Lully il padre dell’opera francese; oltre ad un primo saggio aveva avuto luogo a Carpentras nel febbraio del 1646, con la rappresentazione nel palazzo episcopale di questa città di Akabar, re di Mogol, parole e musica dell’abate di Mailly, la prima opera, frutto dell’associazione tra Cambert e Perrin, risaliva al 1659 e, a conti fatti, sei opere francesi esistevano già quando Lully diede, il 15 novembre 1672 Les fetes de l’amour et Bacchus che non era propriamente un’opera ma un pasticcio di arie da camera a cui presero parte per i versi, Isaac de Benserade, Jean Périgny e Quinault e che conteneva anche musica di altri coimpositori. A questa prima seguirono le opere Cadmus et Hermione nel febbraio del 1673, Alceste , tragedia in cinque atti, nel 1674, una mascherata che ebbe il nome di Carnaval, nello stesso anno , Atys, in cinque atti nel 1676, Isis nel 1677 , Psyché nel 1678, Bellèrophon nel 1679, Proserpine nel 1680, Le triomphe de l’amour (del genere ballet à entrées) nel 1681, Persée nel 1682, Phaéton nel 1683, l’Amadis nel 1684, il Roland nel 1685, e, nello stesso anno, Idylle sur la paix, seguito da Armide e Acis et Galatée nel 1686. L’opera Achille et Polyxène, rappresentata nel 1687 e attribuita a Lully, è invece da considerarsi interamente di Colasse. Lully collaborò anche a lungo con il coreografo e maestro di danza Pierre Beauchamp per la creazione di numerose comédies-ballets.
La fine di Lully fu causata da un avvenimento che potrebbe sembrare ridicolo se non avesse avuto così gravi conseguenze per lui: stava provando un Te deum per la convalescenza del re, verso la fine del 1686, quando , battendo la misura col suo bastone, si ferì l’estremità di un piede per la distrazione. Nel giro di qualche tempo il suo medico gli annunciò che la natura della ferita esigeva l’amputazione del dito. Lully si rifiutò. Più tardi, lo stesso medico gli disse che era necessario amputare il piede, trovando nuova resistenza da parte sua, infine, gli prospettò la scelta tra il perdere la gamba o la vita. A questo punto, Lully si sarebbe forse deciso a subire l’operazione, ma, per sua sfortuna, sopravvenne un ciarlatano che promise di guarirlo salvandogli la gamba. Ebbe dapprima qualche miglioramento, ma fu solo effimero e temporaneo, la cancrena fece progressi rapidi, bisognò rassegnarsi a morire, cosa che Lully fece con la compostezza abituale delle genti del suo paese, confessò i suoi peccati e cantò una frase melodica di una sua composizione su queste parole: Il faut mourir, pécheur. Il faut mourir (Morir bisogna, peccatore. Morir bisogna)

Poco dopo spirò, il 22 marzo 1687.