La Terza di Brahms come la Quinta di Beethoven

brahms3Quest’opera fu completata da Brahms nell’estate del 1883 durante il suo soggiorno a Wiesbaden; quali circostanze psicologiche ed artistiche abbiano condotto alla composizione non è noto, si possono fare solo supposizioni sulla durata del travaglio compositivo e sulle relazioni che intercorrono tra i quattro movimenti della sinfonia: il primo e il quarto, possenti ed energici, i due centrali malinconici e sommessi. Secondo uno dei maggiori biografi di Brahms, Max Kalbeck, il primo movimento è costruito su alcune composizioni giovanili, mentre il secondo e il terzo sarebbero stati scritti inizialmente per il Faust di Goethe, opera a cui Brahms si era dedicato negli anni 1880 e 1881 su invito di Dingelstedt e che in seguito abbandonò. Per quanto riguarda il quarto e ultimo movimento, Kalbeck lo ritiene ispirato al monumento eretto a Schelling proprio in quel periodo; un’altra interpretazione viene fornita da Joachim in una lettera a Brahms datata 27 gennaio 1884 che però non ricevette alcuna risposta: “Io penso che l’ultimo movimento della tua sinfonia sia stato concepito in una forma profonda ed originale che non mi pare sia anche negli altri movimenti, i quali infatti non mi hanno colpito allo stesso modo, con la medesima forza. E’ strano che, dato che mi piace abbastanza cercare significati poetici nella musica, io qui vi abbia visto con chiarezza il dipinto di Ero e Leandro, e questo mi succede raramente per un intero pezzo di musica”.

La prima esecuzione avvenne il 2 dicembre 1883 a Vienna, sotto la direzione di Hans Richter; fu poi eseguita il 4 gennaio 1884 all’Accademia Musicale di Berlino con Joachim sul podio, e il 28 dello stesso mese Franz Wullner (cui Brahms aveva promesso la direzione del primo concerto berlinese affidata poi all’amico Joachim) la ripropose con gran successo. Anche Brahms diresse la sua opera, la sera seguente la prima esecuzione del Concerto n.2 per pianoforte e orchestra.

Questa terza sinfonia, dal punto di vista psicologico, potremmo considerarla la ‘quinta’ nel senso beethoveniano del termine: conflitto interiore, vitalità ed eroismo la scuotono con violenza, ma la conclusione non è, alla maniera di Beethoven, l’apoteosi, il raggiungimento della felicità attraverso il dolore. Brahms conduce il suo discorso sin nelle regioni più remote del suo essere e ci comunica altre verità, un diverso modo di reagire alle avversità: al conflitto oppone la rassegnazione, serena e lucida, conquista faticosa che non significa rinuncia o debolezza, ma realistica accettazione dell’esistenza.


Breve Analisi