SHLOMO_MINTZ

Shlomo Mintz è un nome autorevole, come se fosse quello di un patriarca, magari un giovane patriarca. Più giovani di lui, altri formidabili violinisti sono giunti nel frattempo alla ribalta, ma il suo fascino rimane ancora fresco e intatto, come se fosse toccato da una grazia speciale. Sarà perché calca il palcoscenico fin da quando era un ragazzino, quando sbalordiva il pubblico di ogni paese con una musicalità dirompente e una maestria prodigiosa nel maneggiare il violino. Non sono molti i violinisti che hanno avuto l’onore e il coraggio di compiere il loro esordio discografico, a soli 17 anni, con i 24 Capricci di Paganini. Si dice che era magnifico ascoltare il suono pieno e rotondo di quel giovanotto dal sorriso aperto, con uno strano ciuffo di capelli rossicci, che lo faceva assomigliare a un ussaro lanciato al galoppo nella mischia del virtuosismo trascendentale. Sarà anche, forse, per il fatto che ha perduto il padre spirituale, l’inimitabile Isaac Stern, il musicista che ha scoperto, guidato e promosso il suo precoce talento. La scomparsa di Stern lo pone in un certo qual modo nella condizione di proseguire il cammino nella musica che il grande maestro ha lasciato incompiuto, sostituendolo nel compito d’incoraggiare nuovi musicisti a portare avanti un tipo di tradizione interpretativa che chiameremo, per comodità, classica.
Col tempo Mintz ha cambiato parecchi aspetti del suo modo di suonare e si è avvicinato decisamente a quella matura saggezza, che costituiva il tratto caratteristico delle suggestive interpretazioni dell’ultimo Stern.

Riposte le armi del virtuosismo e resa più calda ed espressiva la voce del suo violino, Mintz ha raccolto il principale precetto del maestro, che indicava sempre come qualità ideale per un solista la capacità di portare il pubblico vicino alla musica, rendere intimo l’ascolto anche nella sala più spaziosa.