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Kant, Beethoven e la Natura

ritratto_immanuel_kant_2 La Pastorale prese vita nello stesso tempo di un’altra Sinfonia, la Quinta, in un periodo (1805-1808) particolarmente tormentato e fecondo. Nel 1808 furono eseguite per la prima volta la Quinta, la Sesta, la Fantasia op.80 per pianoforte e coro e il Concerto in Sol maggiore per pianoforti e archi.

L’antitesi tra la Quinta e la Sesta ha stimolato innumerevoli riflessioni di critici sulla complessità e ricchezza di una personalità come quella di Beethoven che poteva plasmare nello stesso tempo due opere così diverse tra di loro: una conflittuale e drammatica, l’altra pervasa da un sentimento di serenità e fiducia. I due stati d’animo erano eternamente presenti nell’animo di Beethoven. Egli era figlio dell’Illuminismo, studioso di Rousseau, ed aveva coltivato la sua istintiva dedizione alla Natura sentita come madre dell’umanità, vera fonte di conoscenza e luogo incontaminato dove trovare pace dai tormenti dell’animo. La visione naturalistica di Beethoven si arrichì ulteriormente: lettore avido ed entusiasta della storia naturale generale e della “Teoria del cielo” di Kant, come testimoniano gli interi brani trascritti dal musicista. All’universo prevalentemente umano di Rousseau, Beethoven preferisce quello mistico, pervaso dall’immanenza della divinità, descritto da Kant e fa propria quell’idea di una natura che è immagine di Dio e che, con la sua esigenza, ne celebra la grandezza.

E’ in  quest’ottica che va collocata la Sinfonia n.6, fugando così ogni incertezza sul fatto che possa essere considerata  un’opera ‘a programma’, cioè fedele a una descrizione. La Sesta non appartiene al genere di composizione di stampo naturalistico. Per sottolineare la differenza tra la sua opera e le altre, Beethoven appose a fianco degli abbozzi compositivi quanto segue: “Pastoral sinfonie: nessuna pittura ma vi sono espresse le sensazioni che suscita nell’uomo il piacere della campagna, e sono rappresentati alcuni sentimenti della vita dei campi.”

Ancora una volta si afferma il concetto kantiano secondo cui l’arte non è imitazione della natura, ma creazione spontanea dell’uomo.