La Musica nell’Antica Grecia tra Realtà e Mito

Horae

Trattare della Musica della Antica Grecia è parecchio arduo a causa della povertà e della contaminazione delle fonti.

Nonostante tutto, è proprio grazie a queste contaminazioni, soprattutto di natura mitologica, che noi possiamo intuire l’enorme considerazione di cui godeva la musica presso i Greci.

Nasce lateoria dell’etos musicale, formalizzata dal filosofo e compositore Aristosseno (Taranto, IV secolo a. C.), che per primo parlò di musica diastaltica (che produce un atto di volontà), sistaltica (che paralizza la volontà) ed esicastica (che produce uno stato di ebbrezza).
Ebbene sì, anche e soprattutto i maggiori filosofi, compresi Aristotele e Platone, e diversi politici, si dedicarono con passione allo studio dei suoni, i primi per conoscerne le origini e gli effetti, i secondi per valutarne l’utilizzazione in campo etico.

Dalle citazioni di sì illustri teorizzatori si evince la complessità del corredo precettistico musicale dell’antica Grecia, perennemente in contrapposizione con la povertà strumentale e l’essenzialità idiomatica.
La più semplice nozione armonica della musica greca, nonché forse dell’intera musica occidentale antica, è il tetracordo, un insieme di quattro suoni comprendenti due toni e un semitono.

Due tetracordi formano un’armonia.

L’armonia può presentare alcune modalità che sono tante quante le posizioni che assume il semitono all’interno del tetracordo, e più precisamente: lidia (col semitono in prima posizione), frigia (col semitono in seconda posizione) e dorica (col semitono in terza posizione), a cui corrispondono le modalità derivate iperlidia, ipolidia, iperfrigia, ipofrigia, iperdorica, ipodorica.
Si presenta in questo modo la struttura del primo genere musicale praticato dai Greci: quello diatonico.

Col passare del tempo, però, la figura del tetracordo subì alcune trasformazioni, in risposta alle nuove esigenze estetiche e all’evoluzione del pensiero e della sensibilità musicale greca, che esigevano un cambio di genere.

Nacque allora dapprima il genere cromatico ed in seguito quello armonico.

Il mutamento di genere consistette fondamentalmente nella variazione della disposizione degli intervalli all’interno del tetracordo che chiamiamo, a seconda del contesto storico-musiclae in cui lo troviamo, diatonico, cromatico o enarmonico.

Bisogna dire, inoltre, che il susseguirsi dei vari generi portò, a livello musicale, alla creazione di atmosfere sonore sempre più raffinate, ricercate, in alcuni casi cervellotiche.
Tuttavia, prescindendo dall’esigenza del bagaglio teorico e speculativo, l’esecuzione musicale ci appare tutt’altro che sofisticata.

I due strumenti principali, a cui se ne aggiungono pochissimi altri di natura strutturale assai simile, erano l’aulos (uno strumento a fiato) e la lira.

Il nomos, ossia il brano musicale, era caratterizzato da poche note, molte delle quali rappresentavano un ritorno alla tonica, muovendosi per lo più su gradi congiunti, senza mai smarrirsi in grandi salti d’intervallo.

Ritmicamente, il nomos si presenta debole, flebile, con lunghi e pochi accenti, permettendo così una languida distensione dei sensi che talvolta, come già detto, poteva indurre a stati d’estasi.
Nella storia della musica occidentale moderna, quella greca occupa un posto preponderante: dal genere diatonico si sono ricavati i modi maggiore e minore le cui scale, fin dalla metà del Settecento, costituiscono uno dei pilastri fondamentali della nostra musica.
Se la musica classica, però, sul piano pratico e compositivo ha risentito debolmente delle influenze musicali prettamente greche, nell’ambito del rock strumentale e del chitarrismo ipertecnico, sviluppatosi a partire dagli anni Novanta, le scale modali , desunte dai modi greci, hanno saputo fornire un valido appoggio, soprattutto in fatto di originalità, a musicisti del calibro di Steve Vai, Joe Satriani, John Petrucci (Dream Theater) che rappresentano a buon diritto la più alta espressione della chitarra negli ultimi dieci anni, in tutto il suo buon gusto e virtuosismo.

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