Il Cantique, capolavoro di Fauré

Il Cantique de Jean Racine (Op. 11) è un gioiello assoluto della musica corale, uno di quei brani capaci di emozionare fin dalle prime note per la sua straordinaria eleganza e fluidità.

La cosa incredibile è che Fauré compose questo brano nel 1865, quando aveva appena 19 anni. Si trattava del suo pezzo di diploma per l’ultimo anno di studi alla École Niedermeyer di Parigi (una scuola di musica sacra).Il pezzo non solo gli valse il primo premio di composizione, ma rivelò fin da subito la maturità artistica e lo stile inconfondibile del giovane musicista.

Il titolo non deve ingannare: la musica è di Fauré, mentre il testo è del celebre drammaturgo francese del XVII secolo, Jean Racine. Racine aveva tradotto e parafrasato in francese un antico inno latino altomedievale attribuito a Sant’Ambrogio, il Consors paterni luminis (“Compagno della luce paterna”).

Il testo è una profonda e intima preghiera mattutina:

“Parola uguale all’Altissimo, nostro unico barlume, giorno eterno della terra e dei cieli, noi rompiamo il silenzio della notte pacifica: Divino Salvatore, volgi i tuoi occhi su di noi!”

Il fascino del Cantique risiede nella sua apparente semplicità, che nasconde in realtà una scrittura raffinatissima.Il brano si apre con un celebre disegno dell’organo (o del pianoforte) basato su terzine fluide. Questo tappeto sonoro non si ferma mai, creando un’atmosfera cullante, quasi fluttuante. Le quattro voci del coro (Soprani, Contralti, Tenori, Bassi) non entrano insieme. Fauré sceglie una struttura pseudo-imitativa: iniziano i Bassi con una melodia solenne, seguiti poi dalle altre sezioni che si sovrappongono progressivamente. Non c’è mai un tono di minaccia o di terrore religioso; tutto si risolve in un senso di pace, speranza e immensa dolcezza, anticipando lo spirito del suo famosissimo Requiem.

Originariamente il brano era scritto per coro a quattro voci miste e organo (o armonium). Tuttavia, visto l’enorme successo, nel 1906 venne pubblicata una versione con accompagnamento orchestrale (archi e arpa), che rende l’atmosfera ancora più eterea e sognante. Oggi è un punto fermo nel repertorio di quasi tutti i cori del mondo.

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