Roscoe Mitchell Sextet plays Coltrane

Roscoe Mitchell3 - 29 gennUn evento speciale

Roscoe Mitchell Sextet Plays John Coltrane è una prima mondiale e unica data italiana, un progetto originale, concepito appositamente per “Aperitivo in Concerto”, e che vede Mitchell attorniato da musicisti di indiscutibile rilevanza come la violoncellista Tomeka Reid, la violinista Mazz Swift, la contrabbassista Silvia Bolognesi, il contrabbassista Junius Paul, il batterista Vincent Davis.


sassofoni contralto, soprano, sopranino
Roscoe Mitchell

violino
Mazz Swift

violoncello
Tomeka Reid

contrabbasso
Silvia Bolognesi
Junius Paul

batteria
Vincent Davis


“Aperitivo in Concerto” presenta domenica 29 gennaio, ore 11.00, al Teatro Manzoni di Milano (via Manzoni, 42) un grande evento. Geniale compositore e polistrumentista, fra le anime del multiforme e storico Art Ensemble of Chicago, Roscoe Mitchell non è solo un protagonista delle più creative avanguardie musicali africano-americane, ma un conoscitore profondo delle tradizioni della propria cultura, che affonda le radici nel jazz e nella sua storia. Mitchell, in occasione del cinquantenario della morte di John Coltrane, affronta alcune fra le più significative pagine coltraniane, rivivificandone lo spirito, cogliendone l’essenza e il più profondo significato, esaltandone la perenne modernità. Ed è questo il motivo principale di attrazione di un evento veramente speciale, perché Mitchell, grande compositore in proprio, di rado affronta pagine di altri autori: la sua rilettura dell’estetica coltraniana ha perciò il valore di un unicum. Perché Mitchell, artista di punta di un’estetica improvvisativa peculiare come quella di Chicago, si è eminentemente misurato con l’identità fonica degli strumenti, con il ritmo e con il silenzio: la sua visione del mondo coltraniano non punta perciò all’esame dell’approccio estatico talvolta implicito nel modalismo, ma alle componenti strutturali distinte di quel linguaggio. Rievocando gli anni della scuola di Chicago e del leggendario Art Ensemble of Chicago, lo stesso Mitchell sottolinea delle specifiche diversità: I musicisti a Chicago lavoravano veramente insieme, si frequentavano intensamente, quotidianamente, e insieme studiavano e provavano a lungo. Ci chiedevamo essenzialmente, e in profondità, cosa significasse improvvisare all’interno di una composizione. E trascorrevamo molto tempo sviluppando l’improvvisazione per e su una determinata pagina musicale. Se scrivevi un pezzo, avevi gli strumenti che lo enunciavano per un certo dato periodo di tempo, poi lo elaboravano, poi subentrava il silenzio contro il quale tutto questo lavoro si stagliava, e poi ancora elaborazione e ancora silenzio, e così via. Credo che se tu vuoi veramente essere un buon improvvisatore devi conoscere il meccanismo compositivo: la musica è suono per il cinquanta per cento, e silenzio per l’altro cinquanta per cento. Se ti concentri nell’ascoltare a lungo il silenzio, l’esperienza è veramente intensa. Quando interrompi quel silenzio con un suono, e cominci a lavorarci sopra insieme agli altri, tutto ha a che vedere con il modo di occupare lo spazio. Molti giovani improvvisatori si soffermano su di un ritmo che in realtà non esiste, e trascorrono il loro tempo cercando di ricavarne a tutti i costi qualcosa. Io cerco di elaborare al di fuori dei cliché più rassicuranti: è rischioso, ci si trova scoperti all’aperto, ma è un’esperienza che può donarti moltissimo.