Nietzsche contro Wagner

Friedrich-Nietzsche-und-Richard-WagnerL’incontro filosofico tra due delle più grandi figure del XIX secolo, Nietzsche e Wagner, inizia con il grande entusiasmo del filosofo, il quale nutre una particolare ammirazione per l’autore di Parsifal.
Nell’opera “La Nascita della Tragedia dallo Spirito della Musica”, del 1872, Nietzsche acclamava Wagner come colui che incarnava la necessità nella musica di superare la concezione puramente analitica e spassionata.
Inaspettatamente, le successive evoluzioni filosofiche porteranno Nietzsche alla denuncia, nel suo saggio filosofico “Umano, troppo umano” (1878), dell’eccessiva intellettualizzazione dell’arte, e del ruolo fortemente negativo dello stesso Wagner.

Nietzsche scriveva: “Il brutto, il misterioso, il terribile del mondo sono progressivamente addomesticati dalle arti e dalla musica in particolare e ciò corrisponde a un ottundimento della nostra capacità sensoriale”.

L’attacco al compositore raggiunge il culmine con “Il caso Wagner” (1884) con il profondo misconoscimento del ruolo dell’opera, con sfiducia nella sua autonomia e la trasformazione dell’arte come “tramite della metafisica”.
Quella di Nietzsche è un’analisi dei sintomi di una “patologia” di cui l’artista sarebbe affetto, e che influenza negativamente la sua musica. Nietzsche definisce Wagner nevrotico, decadente. Nietzsche, verosimilmente, non attacca esclusivamente Wagner ma la crisi che affligge la modernità nella sua interezza e dalla quale lo stesso Wagner non sfugge contribuendo all’impoverimento teorico che intacca tutte le manifestazioni artistiche, che decompone le opere, favorendo il particolare sull’unità, la frase sulla pagina, la parola sulla frase. Le ragioni di un attacco così veemente, che comunque porta Nietzsche a individuare magistralmente i punti di forza e le capacità di seduzione del fenomeno Wagner, sono del tutto personali. Lo stesso filosofo sa bene, e lo dimostra negli scritti di “Ecce homo”, di essere tanto quanto Wagner, un decadente, un figlio del proprio tempo che è costretto a difendersi dal contagio di quella stessa malattia.

“L’iroso dispetto, l’odio, la maledizione, e d’altra parte la smodata ammirazione, il fanatismo che hanno accompagnato, prima e dopo la loro morte questi due uomini, testimoniano la violenza della loro personalità, che non ha avuto eguali nella storia dell’arte e del pensiero. Dopo di essi non si è più presentata un’energia creativa la cui impronta restasse così segnata, che afferrasse o respingesse con tanta prepotenza”. (Giorgio Colli)