…tra miti scomuniche e Laendler.

waltz

Nella campagna austriache del ’700 era praticato un tipo di ballo denominato Laendler che è quello che noi oggi conosciamo come valzer. Finché erano contadini a ballare volteggiando abbracciati belli stretti nessuno aveva molto da ridire vista la scarsa considerazione che si aveva di quella classe sociale. Successivamente il Laendler arrivò a Vienna, dove venne adottato dalla borghesia. I preti inarcarono il sopracciglio, ma lo inarcavano comunque in ogni caso perché i party della borghesia viennese non erano un modello di temperanza e di decoro: tutti bevevano, e dopo le bevute e i balli molti copulavano copiosamente. Nella Vienna di quel periodo la libertà sessuale vigente era considerata oltremodo scandalosa dagli stranieri fin da prima dei tempi di Mozart.

Mentre la borghesia aggiungeva gaudiosamente il Laendler alle proprie debosce, i ricevimenti della nobiltà si attenevano a un rigido protocollo. Si ballavano esclusivamente danze piuttosto noiose (e sessualmente innocue) come il minuetto, la scozzese e la polacca (una specie di passeggiata a suon di musica, tanto compassata che la ballavano perfino gli arcivescovi). Le feste dei nobili, diversamente da quelle dei borghesi, non avevano fini di puro divertimento, ma ragioni molto più utilitaristiche: erano occasioni per imbastire trame politiche, combinare matrimoni, organizzare manovre finanziarie e mercanzia del genere, oltre che dimostrare che chi le dava era potente ed economicamente fiorente.

Col Congresso di Vienna del 1815 la crema della politica e della nobiltà europea si trovò a Vienna per spartirsi la torta postnapoleonica. Fu un’epoca di frenesia teatrale e operistica, di concerti pubblici, di picnic di lusso al Prater, e naturalmente la nobiltà locale fece a gara a chi dava la festa più ricca, più costosa, più numerosa e più popolata di personaggi potenti. Era una questione di prestigio, non solo di interesse. Immense quantità di denaro vennero dilapidate per organizzare questi eventi, tanto che era normale che venissero accese ipoteche, e gli strozzini fecero affari d’oro. In queste feste dovette accentuarsi ancor più il distacco tra ciò che succedeva nei saloni da ballo, che era la formale ragion d’essere dei ricevimenti, e ciò che succedeva nelle salette, che era la roba davvero tosta: mentre le persone non più giovani facevano i loro giochi di potere fuori vista, la gioventù nobile, vestita col massimo sfarzo e la massima eleganza, si divertiva negli saloni pieni di stucchi, affreschi e dorature, e scintillanti di luci, di specchi e di cristalli, al suono di orchestre quanto più numerose possibili.

A sorvegliare questa gioventù rimanevano però solo le nonne sorde, gottose e candite dall’incipiente Alzheimer, nonché zie zitelle acide e arcigne, ma di scarsa reale autorità, delle quali ogni famiglia nobile aveva un’inesauribile riserva. Le madri avevano i loro amanti da intrattenere e i loro amanti futuri da coltivare, e di conseguenza il gioco nella sala da ballo doveva essere finito realmente in mano a chi? alle famiglie formalmente nobili, ma povere, le cui sorti potevano essere risollevate solo da intrighi poco chiari, come dare la figlia 15-enne procace e vergine in pasto a qualche arciduchino, o almeno marchesino di famiglia facoltosa per poi goderne dei benefici.

Probabilmente furono proprio questi personaggi a promuovere un’atmosfera più lasciva, “congiurando” con le orchestre incaricate delle danze, mentre gli adulti di caste più elevate erano occupatissimi altrove. Non si sa in che palazzo risuonò il primo Laendler, ma questo ballo divampò letteralmente in pochi giorni per tutta la città.

Un po’ per colpa del Laendler, un po’ per colpa dello champagne, non è difficile ipotizzare che i parchi annessi ai palazzi patrizi coi loro accoglienti cespugli fossero bruscamente più affollati dell’ordinario nelle fasi avanzate dei ricevimenti. Ci dovette scappare più di qualche nobile deflorazione, e magari anche qualche nobile gravidanza.

La situazione stava sfuggendo al controllo, e si cercò di correre ai ripari: non era semplicemente ammissibile che le sfarzose e costosissime feste diventassero dei semi-baccanali, ne andava del buon nome della famiglia! ne andava anzi della stessa credibilità della classe dirigente viennese agli occhi dell’Europa intera. L’Arcivescovo di Vienna emanò una bolla con la quale proibiva di ballare il Laendler, danza lasciva e demoniaca, rovina della gioventù, e la proibì sotto pena di scomunica.

Anche se perfino a quei tempi doveva essere evidente l’esagerazione, e anche se dovette indubbiamente saltare all’occhio di chiunque che in campagna il Laendler lo si ballava canonicamente indisturbati da più di mezzo secolo, in una società cattolica come quella austriaca la scomunica non era cosa da prendersi sottogamba, dunque non era pensabile fare come se niente fudesse. D’altro canto ormai il Laendler aveva preso troppo piede negli ambienti più esclusivi in 2 o 3 settimane perché ci si potesse rinunciare; in altri strati sociali urbani poi il Laendler era un fatto acquisito da almeno 10 anni.

Si ricorse quindi a un immediato escamotage: si cambiò il nome alla danzache da Laendler divenne Walzer. Per l’Arcivescovo fu una sconfitta tremenda, ma ‘vox populi, vox Dei’. Non gli rimase che abbozzare, perché se avesse emanato una seconda bolla in funzione del nuovo nome, i viennesi se ne sarebbero inventati subito un terzo.