Agli inizi degli Anni Trenta, naturalmente del XIX secolo, Liszt, Kalkbrenner, Hiller e lo stesso Chopin davano spettacolo dei loro straordinari talenti nella capitale francese. Prima di allora, Chopin aveva ottenuto entusiastici consensi anche in altre capitali europee: a Vienna, l’esecuzione delle sue variazioni sul tema “Là ci darem la mano” provocò tra l’altro il noto articolo di Schumann che esordiva con l’esclamazione: “Giù il cappello, signori! Ecco un genio!”; a Varsavia. L’11 ottobre del 1830 la sua prima esecuzione del Concerto op. 11 riscosse un grande successo. Proprio con quest’opera ci troviamo dinanzi a un’immagine diversa di Chopin. Oltre ad affrontare un lavoro di dimensioni notevolmente impegnative, se confrontate con le sue abituali composizioni, il musicista si cimentò con l’orchestra. La matrice stilistica di quest’opera ci appare di stampo mozartiano tanto nella ricerca di un accostamento equilibrato dei vari incisi ritmici quanto nel desiderio di non creare fratture tendendo ad una continuità logica ed espressiva.
Il concerto venne scritto nel 1830, per piano solo, flauti, oboi, clarinetti, fagotti, corni, trombe, trombone tenore, timpani e archi.
Prevede i tre movimenti tipici di un Concerto di quel periodo.
Primo Movimento – Allegro Maestoso
L’allegro maestoso si apre con un preludio orchestrale in cui vengono esposti entrambi i temi. Il primo perentorio, in minore, mentre il secondo cantabile, in maggiore. Quando il pianoforte “prende la parola”, attacca fortissimo con il primo tema, già arricchito da numerosi passaggi virtuosistici. Sin da questo primo esordio, appare nettissima la supremazia del solista sull’orchestra, supremazia che si esprimerà per tutta la durata del concerto. Gli archi accompagnano, ma con leggerezza estrema, il canto soave del secondo tema, sottolineando appena la melodia. Questa viene trasformata dal pianoforte da ricordarci le atmosfere sognanti e rarefatte dei Notturni. Nello sviluppo, il solista esegue frequenti pezzi di bravura, mentre la ripresa conclude in forma tradizionale il primo movimento.
Secondo Movimento – Romanza – Larghetto
La Romanza è forse il momento più intenso di tutta la composizione. L’orchestra, pianissimo, ci introduce in un clima affettuoso, ricco di pathos, simile ad un canto d’amore adolescente; ad essa risponde, languido e dolcissimo, il pianoforte. Bellissimo è l’episodio in cui il solista dialoga con il fagotto e altrettanto ricco di fascino è il momento in cui il tema passa agli archi, che lo eseguono sottovoce. Sul quel canto lontano e struggente di pianoforte, sempre in primo piano, vagabondando per regioni melodiche molto diverse, crea infinite suggestioni.
Terzo Movimento – Rondò – Vivace
Il Rondò è costruito su di una danza popolare polacca, la Krakowiak. A un iniziale breve dialogo tra archi e fiati risponde il solista e l’atmosfera gioiosa ci investe immediatamente. Slittamenti ritmici, giochi di corrispondenze rendono con notevole efficacia il ricordo di un ballo popolare. Con questo tributo alla sua terra, Chopin conclude il concerto.
Schumann, che fu un attento e acuto interprete della musica del compositore polacco, così scrisse in una sua recensionedel 1836: “…se il potente autocrate del nord sapesse come nella opere di Chopin, nelle semplici melodie delle sue mazurke, lo minacci un pericoloso nemico, egli proibirebbe la sua musica. Le opere di Chopin sono cannoni sepolti sotto i fiori. In questa sua origine, nel destino della sua terra riposa dunque la spiegazione dei suoi pregi, come pure dei suoi difetti. Tale è l’impronta di spiccata nazionalità delle prime composizioni di Chopin”.
L’esecuzione al pianoforte è della grande pianista Martha Argerich.
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