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Intervista all’autore di “Ai piedi del Monte”.

de simone

1) Puoi raccontare brevemente il tuo percorso artistico?

Questa domanda è davvero difficile! Brevemente: la ricerca, l’amore per i grandi Maestri (viventi o scomparsi), il dolore, l’approccio non convenzionale, l’interesse per il suono, per le metamorfosi linguistiche delle stringhe notazionali (ovvero come si muovono le agogiche, in modo sempre diverso, quando pronunciamo una frase musicale)… la curiosità per tutta la musica.
Dove ho guardato? vengo dal pianoforte, ma prima ancora dall’ascolto nel salotto rosa di mia madre, dei suoi dischi sui quali ballavo, dirigevo, sognavo. Lo strumento è quindi solo tale, uno dei possibili… spesso ne ho frantumato il suono con la sintesi granulare, oppure ne ho fatto quel che ho voluto infischiandomene delle prescrizioni accademiche. Ho visto che c’è tanto da imparare, e mi spiace di aver imparato solo quello che ho potuto, spesso rallentato dalla vita, dalla fatica quotidiana richiestami da una tensione implacabile per l’autenticità. Per me è davvero molto faticoso scegliere bene: ogni giorno evitare la retorica, e risalire verso l’entusiasmo se quello che faccio è noiosamente già avvenuto, già suonato, già sentito.

2) Il riferimento a modelli passati é evidente, non solo nella parafrasi donizettiana ma anche nella rilettura della musica del folklore napoletano. Cosa vuol dire per te riferirsi ad un modello musicale?
Penso che ogni musica sia sempre una evoluzione di un’altra. Tempo fa ipotizzai le cosiddette ‘estetiche del plagio’. Poi se ne sono fatte trasmissioni a ridosso di Sanremo e libri. Ogni tanto si parla di plagio. Ma ogni cosa è evoluzione, contaminazione, commistione. E ogni cosa vive di vita nuova se non proviamo volutamente, deliberatamente a costiparla. Penso all’uso del ‘clic’ in cuffia quando si incide, o quando si fa una performance in TV con l’orchestra…

3) L’uso del pianoforte, della spinetta e dell’organo testimoniano una triplice anima espressiva. Molto bello l’accostamento tra le sonorità della spinetta e la musica del folklore napoletano. Vorremmo che ci raccontassi qualcosa in più su “La Verna”; semplice improvvisazione, se é corretto dire “semplice”, o qualcosa di più di un “momento musicale”?
No hai ragione: è piuttosto semplice, è una suggestione dovuta al silenzio di quel luogo mistico, eccellenza francescana. Non è stato però un solo momento, perché ho improvvisato più a lungo, scegliendo poi solo quello che mi pareva meno retorico, più autentico quindi. Più vicino all’autentica natura del cd, che è, in fondo, il tentativo di un percorso spirituale, di una ‘rinascenza’

4) Cosa è per te la “Musica Colta”?
Giuseppe Chiari diceva : “lascia la musica classica”. Potrei dirti dunque che la musica colta è niente. E’ solo una distinzione convenzionale, che ormai determina una ‘nobiltà’ d’animo inesistente, legata a concetti di ‘repertorio’ strasuperati dalle prassi d’ascolto calate in un’ottica di consumo musicale. Mi secca però ormai anche l’opposto. Come se la musica ‘classica’ fosse tutta nota, o tutta uguale, o già ascoltata, o già ‘consumata’. La musica è una sola, e non mi piacciono le classifiche nè in un senso né nell’altro.
Aggiungo però che per carattere mi metto sempre dalla parte del torto: ovvero dalla parte di chi ha più bisogno di aiuto. In questo momento, la musica classica rischia l’estinzione, e chiunque ami tutta la musica non può fare a meno di suonare e amare la musica classica, i grandi maestri del passato, i giovani che offrono riletture. La musica classica, in realtà, è tutta da scoprire.

5) Complimenti per la “descrizione musicale” di Donizetti sul Monte Somma; la riteniamo originale e di grande efficacia descrittiva.
E’ una tecnica, se così possiamo dire, che prevede delle “citazioni musicali” (il tema di Lucia di Lammermoor).
Qual’é stata la difficoltà nell’inserire un tema così noto tra le tue “note originali”?

Non so dire: in realtà le immagini musicali ormai mi vengono subito in mente, abbastanza nitide. Quella musica di derivazione ‘minimalista’, evocativa, mi è sorta dalle dita appena mi sono messo a suonare in successione i tre brani di Donizetti. Volevo giocare sull’ambiguità e la vicinanza tra il si e il si bemolle. Mi occorreva una ‘promenade’, una passeggiata che conducesse da un frammento all’altro… Questo brano nasceva da una commissione, doveva essere suonato in … una vigna, al tramonto. La vigna adiacente al luogo in cui Donizetti aveva composto il primo atto di Lucia di Lammermoor. E che avevo visitato. Da bambino anch’io percorrevo la medesima strada, e il colore che mi colpiva profondamente era il viola, al tramonto, il colore dell’ascesi spirituale. Mi prendeva proprio a livello corticale. Immaginare quei luoghi al tramonto, luoghi che vedo ogni giorno quando il mio sguardo va oltre le finestre di casa mia, e ‘sentire’ quell’evocazione in quel modo, è stato quasi immediato. quindi, in questo caso, nessuna difficoltà!

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