
Il Dies Irae, ovvero “Giorno dell’Ira”, è una sequenza medioevale attribuita al monaco Tommaso da Celano (XIII secolo), allievo e biografo di san Francesco.
Ancora oggi é in uso nella liturgia della messa funebre, in cui rievoca con parole vivide e piene di emozione il giorno del giudizio.
La contraddizione é l’aspetto più evidente di questa composizione ovvero il contrasto tra Testo e Musica.
Le parole così piene d’angoscia e di tormento sono infatti pronunciate su di una melodia lineare, priva di slanci e di avvenimenti drammatici e ci comunicano piuttosto la fiducia e la serenità che sorreggeva i religiosi del tempo, così distaccati dal mondo terreno e in stretto contatto con Dio.
Nei secoli diversi compositori hanno inserito nelle loro opere il Dies Irae, spesso, come per Mozart, Verdi e Britten, utilizzandone solo il testo.
Per Verdi alle parole che evocano immagini drammatiche corrisponde una musica altrettanto tragica, ricca di colpi di scena, affine alla visione popolare del cattolicesimo del XIX secolo.
In altri casi il Dies Irae è stato utilizzato anche con la sua melodia originale, spesso limitata a poche note, a volte alle prime quattro soltanto. E’ ciò che fece Berlioz nella sua “Sinfonia Fantastica”, dove reale e soprannaturale si fondono e dove le quattro note iniziali della sequenza evocano immagini lugubri e opprimenti.
Camille Saint-Saens lo inserì nella “Danza macabra”, Liszt nella “Totentanz”.
Nello scorso secolo il Dies Irae è stato ripreso con l’intento di testimoniare l’impegno per la difesa dei diritti umani.
Lo troviamo in “Canti di prigionia” di Dallapicola e un’intera opera di Penderecki, scritta per commemorare gli eccidi di Auschwitz, porta lo stesso titolo, anche se la melodia originale non è più rintracciabile.
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