Vi proponiamo l’intervista a Max Fuschetto, in concomitanza con l’uscita del suo nuovo album “Popular Games”.
1) Puoi raccontare brevemente il tuo percorso artistico?
Ho studiato oboe in conservatorio e suonato in diverse orchestre giovanili ma, da subito, l’interesse primario è stata la composizione. Anche se la scrittura è stata un processo naturale e immediato, solo a diciassette anni ho avuto la prima occasione di poter scrivere musica per teatro. Appena diplomato mi sono iscritto a composizione ma ho resistito solo sei mesi, mi è parso subito chiaro che per potermi esprimere compiutamente con la musica avrei dovuto prima viverla profondamente.
Ho percorso strade diverse, dai complessi di musica classica a quelli pop fino al jazz ma nel contempo ho sempre coltivato la scrittura da solo ricorrendo all’aiuto di qualche maestro per la soluzione di problemi specifici, come la scrittura per orchestra. Di questo primo periodo ricordo con emozione la partecipazione al festival del mondo arabo al Teatro Romano di Cartagine.
È nel 2000, dopo circa dieci anni di lavoro, che però ho prodotto il mio primo lavoro in cui era possibile intravedere una direzione: Red Bush, un music theatre per sette strumenti e voce scritto a quattro mani con Pericle Odierna. Nel 2001 ho poi scritto ed eseguito Fase Rem per elettronica che nel 2003 ho potuto eseguire anche all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Sempre nel 2001 è iniziata la proficua collaborazione col pianista e compositore Girolamo De Simone che ci ha portato a partecipare ai festival italiani più rilevanti per la musica contemporanea, come quelli organizzati dal G.A.M.O di Firenze, dal CEMAT di Roma, da Eclettica Musica Millemondi di Napoli, dall’associazione Lennie Tristano di Aversa. L’esperienza del Konsequenz Duet è poi confluita in Frontiere, un album live del 2005, che rivisita la musica di frontiera da Brian Eno a Ryuichi Sakamoto, con alcuni contributi originali.
Nel frattempo ho avuto la possibilità di poter scrivere musica anche per altri, come per l’originale ensemble molisano delle Percussioni Ketoniche, con cui ho partecipato anche alla rassegna Compositori a confronto di Reggio Emilia nel 2005. L’anno successivo ho ricevuto una commissione dal Festival di Ravello di un brano per violoncello solo. Attraverso la collaborazione con diversi compositori della scena italiana e straniera e la realizzazione di altri dischi in cui ho partecipato come esecutore, si arriva a Popular Games, che rappresenta un po’ un punto di arrivo ed uno di partenza…
2) Qual’è il modello del passato, recente e non, a cui ti riferisci maggiormente?
La liquidità di Debussy, le geometrie di Stravinski e Bartòk, il minimalismo di Magister Perotinus, i passi lunari della tromba di Miles Davis, la sfacciataggine dei Beatles, il pensiero musicale africano così divergente, lo spazio sonoro che si riempie di vuoto come in certa musica giapponese. La musica scorre davanti a me e io cerco di interpretarne le forme. Il mio modello è la presa di coscienza della mutevolezza. Se a un elemento musicale, per esempio un motivo ritmico, ad ogni ripetizione spostiamo, aggiungiamo o togliamo un suono abbiamo già costruito un pezzo musicale e soprattutto avviato un processo. Non so se la musica si evolve, nel senso che non so se migliora o diventa più complessa, ma di certo cambia.
3) Nei brani del tuo album, abbiamo apprezzato diversi stili ma anche diversi strumenti musicali. Mettere assieme strumenti “classici” con strumenti tecnologici è per te un punto fermo o un momento di passaggio, di sperimentazione?
Nella musica l’elemento timbrico è centrale. Pensiamo per un attimo al pianoforte o alla chitarra elettrica. La loro invenzione ha cambiato la musica. Ma pensiamo anche all’orchestra: Debussy e Stravinski prendono in mano gli stessi strumenti usati nel periodo classico e romantico e li portano oltre lo specchio, li consegnano cioè ad architetture sonore completamente inedite.
Quando suonavo con il quintetto di fiati ero attratto dall’impasto timbrico di flauto, oboe e clarinetto. Tutti e tre insieme questi strumenti producevano una mistura di rara bellezza e leggerezza. Avvertivo però anche il limite dato dal fatto che questi strumenti non avevano una risonanza ampia, tale da creare fasce sonore che riverberassero a lungo nello spazio. L’uso del microfono e di effetti di riverbero aprono di conseguenza a nuove possibilità nell’uso degli strumenti acustici. C’è tuttavia un’altra cosa che ritengo ancora più interessante nel rapporto tra strumenti ed elettronica: la possibilità di trasferire quello che si sperimenta in ambito elettronico sugli strumenti acustici, lo sforzo di una necessaria traduzione è a volte ripagato da qualcosa di originale.
4) Cosa è per te la Musica Colta? se questa è una definizione che per te ha senso?
La musica colta è un approccio, un modo di porsi. Può essere più semplice spiegarlo facendo qualche nome, quello di Ligeti ad esempio. Ligeti conosceva perfettamente ampi territori della musica del passato come la polifonia del Quattro-Cinquecento ma la sua curiosità lo spingeva verso ambiti completamente differenti come quello della chimica o della matematica o ancora delle reti neurali che tanto assomigliano alla sua micropolifonia. Per me ha quindi senso se rappresenta un punto di vista profondo e creativo e non un atteggiamento di superiorità.
5) Ogni artista produce per soddisfare la sua anima e per essere “ascoltato”. Ma noi ci chiediamo: “Chi è il tuo pubblico?”. A differenza della classica “Musica Classica” pensi che la tua Musica abbia gli ingredienti per raggiungere un pubblico diverso da quello colto e preparato? Pensi che le atmosfere dei tuo brani possano fare da sfondo per le nuove generazioni?
Io eseguo spesso le mie musiche in pubblico e quindi mi confronto direttamente con l’ascoltatore. La cosa che ho notato spesso è che le categorie con cui la musica viene posta negli scaffali non corrispondono alla libertà degli interessi del pubblico. Con Popular Games sto avendo la conferma che, anche quando un brano ha una sua complessità, ciò che conta in termini di comunicazione è la chiarezza, la possibilità di percepire l’evolversi di una musica anche quando questa non si aggrappa a forme tradizionali come quella della canzone.
Per quanto riguarda il futuro, le nuove generazioni, non saprei risponderti; sarebbe bello se quello che mi chiedi si realizzasse in qualche modo. Creare ponti di questo tipo fa parte della magia della musica!
6) Durante l’ascolto di Popular Games, abbiamo immaginato di seguire un unico percorso, con tratti contrastanti, come se a pianure calme e tranquille, seguissero delle discese insidiose, o come se da un paesaggio medio-orientale si passasse alle colline della Toscana. E’ questo il paesaggio ideale a cui ti sei ispirato?
La tua domanda coglie alcuni aspetti particolari di Popular Games e in genere del mio work in progress come compositore, e cioè l’interesse per le musiche non occidentali. Da bambino spesso sfogliavo l’atlante fino ad arrivare a quel continente in cui il rapporto tra terra e acqua s’inverte, l’Oceania. Lì mi fermavo e mettevo il naso sulla cartina.
Dopo un po’ ho scoperto che lo stesso piacere della scoperta mi veniva dallo studio delle culture musicali tradizionali extraeuropee, come quella africana o balinese ma anche altre legate al nostro territorio come quella arbëreshë.
L’analisi di questi linguaggi musicali, di forme di pensiero intimamente legate a tutti gli aspetti della vita delle culture che le esprimono, è un’inesauribile fonte di modelli a cui ispirarsi per individuare nuove strade espressive.
Musica Colta è un periodico a sfondo musicale “colto” orientato alla diffusione semplice e gratuita. Il nostro modello di riferimento è il percorso artistico-culturale che dall’alba della Civiltà ha segnato la crescita dell’Uomo, del suo Pensiero e della sua Cultura. Per contattarci vi invitiamo a scrivere al seguente indirizzo: musicacoltaeu@gmail.com