
Tutti oggi usiamo la parola coro per indicare un insieme di persone che cantano e, allo stesso tempo, un preciso spazio della chiesa che sta al di là dell’altare maggiore, ma molti non fanno caso al fatto che l’origine di questo termine risale nientemeno che al mondo della Grecia classica nel quale invece la parola choros stava a significare, tra l’altro, un gruppo di cantori-danzatori che agivano in quella sezione semicircolare antistante alla scena del teatro denominata orchestra.
Per questo, possiamo dire che, proprio con l’avvento del Cristianesimo, il significato e la funzione del termine coro subiscono un completo rivolgimento in senso liturgico.
Isidoro di Siviglia, vissuto a cavallo del VI e VII secolo, ci dà una definizione del termine latino chorus presentandocelo come l’insieme della comunità dei fedeli (Chorus est multitudo in sacris collecta), ma è pur vero che, nel VII libro delle Etymologiae, distingue poi diverse funzioni all’interno del coro: il Praecentor; il Succentor; il Concentor.
Ciò è sintomatico di mutamenti significativi nel termine chorus che, da un’iniziale identificazione nella generica comunità cristiana, andrà via via ad indicare un gruppo di cantori educati professionalmente in apposite scuole.
Il gruppo embrionale di chorus viene identificato nella Schola cantorum che papa Gregorio Magno istituì (operando su un più antico istituto, la Schola lectorum, di papa Silvestro I) dotandola di due sedi, una al Laterano e l’altra in San Pietro. Quest’ultima, essendo finalizzata all’educazione musicale degli orfani, sembrerebbe quasi precorrere i futuri conservatori italiani del periodo barocco (“La Pietà dei Turchini” a Napoli; “L’Ospedale della Pietà” in riva degli Schiavoni a Venezia, per citarne alcuni).
I pueri cantores che venivano ammessi alla Schola oscillavano dai 40 agli 80; la loro permanenza allo studio era di nove anni durante i quali, sotto l’insegnamento di sette cantori ecclesiastici adulti, apprendevano la lettura e la dizione dei testi, ma soprattutto imparavano a memoria le musiche di quegli stessi testi, attraverso la trasmissione delle melodie come suole dirsi “bocca-orecchio”.
Infatti, non esistendo ancora un sistema di notazione scritta, a quel tempo venivano posti sul testo letterario soltanto dei segni, chiamati “neumi adiastematici” (ovvero senza indicazione dell’altezza dei suoni) che, quasi in maniera stenografica, ricordavano al cantore che un suono saliva o scendeva, ma non precisavano la distanza della variazione sonora.
Primo dei sette, in cima alla piramide scolastica, si ergeva il Prior Scholae, definito anche Magister, ma più comunemente Primicerius, termine questo desunto dall’espressione latina Primus in cera, ovvero il primo nome nell’elenco inciso sulla tavoletta cerata che surrogava il foglio di carta non ancora conosciuto. Il Primicerius era dunque dignitario papale di alto grado al quale spettava non soltanto il compito dell’istruzione musicale del coro, ma anche quello della “conduzione chironomica” ovvero della direzione con movimenti della mano.
Gli altri sei maestri erano suddiaconi (in un secondo momento canonici) e prendevano rispettivamente i nomi di: Secundicerius (o Secundarius che coadiuvava direttamente il Primicerius) e quindi Tertius Scholae; Quartus Scholae o Archiparaphonista; i restanti tre erano tutti Paraphonisti.
Nelle esecuzioni, i primi tre cantori avevano il ruolo di voce solista e anche di virtuosi, gli altri quattro costituivano il coro, cantando all’ottava con i fanciulli.
Ruolo paritario-alternativo al Primicerius era quello di Archicantor (di solito l’abate di S. Pietro) denominato anche Archichorus o Armarius, appellativo quest’ultimo dato al direttore del coro nelle abbazie.
Fin qui abbiamo considerato la composizione del coro ed i ruoli gerarchici al suo interno. In merito alla collocazione del coro in chiesa nell’esercizio delle sue funzioni, possiamo dire che la primitiva posizione dei cantori del coro fu quella a semicerchio intorno all’altare. Successivamente, nelle basiliche paleocristiane (vedi ancor oggi, in Roma, Santa Sabina, San Clemente, Santa Maria in Cosmedin), al coro fu destinato un apposito spazio, sopraelevato e recintato da balaustra marmorea (cancelli), situato nella navata centrale fra i fedeli e l’altare maggiore. Qui il coro si disponeva su due file, l’una di fronte all’altra, su sedili fissi, al di dietro di ciascuna fila sedevano i fanciulli.
Ora possiamo provare ad individuare quelle figure descritte da Isidoro di Siviglia: il Praecentor che intonava il canto stando da un’ala del coro; quindi il Succentor che gli rispondeva dall’altra ala (realizzando così l’avvicendamento del canto di natura responsoriale e antifonica); infine il Concentor al quale spettava l’esecuzione corale d’insieme.
Con il passaggio dalla notazione “adiastematica” a quella “diastematica” (la notazione cioè in grado di indicare le altezze dei vari suoni mediante l’uso di segni posti in un “rigo musicale” composto di quattro linee e tre spazi), si modificò il significato e la funzione della Schola in quanto la trasmissione della conoscenza dei suoni non avveniva più tramite la “memorizzazione dei suoni”, ma si avvaleva della loro scrittura su libro.
Ne conseguì una diversa dislocazione del coro nella chiesa: non più al centro della navata, bensì dietro l’altare maggiore dove non si cantava più a memoria, ma leggendo direttamente da grandi “libri corali”, posti su un altrettanto grande leggio.
A questo punto appariva superflua anche l’antica “chironomia” del Primicerius la cui direzione richiedeva un diverso modo di gestualità. Siamo quindi agli inizi di un nuovo e lungo cammino nell’alveo della multiforme scienza musicale che, a distanza di secoli, condurrà alla moderna direzione d’orchestra.
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