Dal 1810 al 1830 in Italia domina la figura di Gioachino Rossini, che da un lato porta a compimento l’esperienza dell’opera buffa, abbandonando la commedia realistica in favore di una comicità assoluta, dall’altro ingloba nel genere serio tipico francese.
Lo stesso Rossini, trasferitosi a Parigi, inaugura con Guillaume Tell il genere del grand opéra, destinato a un’enorme fortuna nei decenni seguenti.
Situazioni e personaggi di commedia sono integrati sempre più spesso nel teatro drammatico, proseguendo di fatto il breve esperimento dell’opera semiseria.
Dopo Rossini la componente alta e moraleggiante lascia spazio all’elemento lirico, e nelle opere di Vincenzo Bellini assistiamo al trionfo del canto.
Tra realismo, romanticismo e contrasti drammatici si inseriscono Saverio Mercadante e Gaetano Donizetti.
Dopo di loro, e con una maggiore attenzione alla rappresentazione della realtà storica dell’Italia contemporanea e con una ben più organica visione drammaturgica, Giuseppe Verdi.
Nel frattempo, l’opera francese sviluppa i generi contrapposti del grand opéra caratterizzato da messe in scena sfarzose e balli e dell’opéra-comique in cui si distinguono i dialoghi parlati.
Nella seconda metà del secolo viene fuori un genere intermedio, l’opéra-lyrique, a cui si dedicano, tra gli altri, Charles Gounod, Georges Bizet e Jules Massenet.
Il modello francese ha un impatto decisivo anche sulla produzione operistica italiana degli anni settanta e ottanta dell’Ottocento. Si afferma il genere della Grande opera, rivisitazione italiana del vecchio grand opéra francese.
Meno fortunato rispetto al precedente, ma destinato a incidere ben più a lungo e in profondità sull’evoluzione del teatro musicale europeo è il modello alternativo di Richard Wagner.
Muovendo da una debole tradizione operistica tedesca – il cui maggior esponente era stato Carl Maria von Weber – Wagner rivoluzionò dalle fondamenta il genere operistico, eliminando le forme chiuse e il protagonismo dei cantanti e strutturando le sue partiture in chiave sinfonica intorno ai Leitmotiv (temi conduttori).
Il suo nuovo linguaggio è alle radici della musica moderna e nei decenni seguenti fu assorbito anche dalle scuole operistiche italiana e francese.
Più indipendente si mantenne la nascente scuola russa, che muoveva da premesse nazionalistiche.
In Italia il modello musicale Wagneriano e quello dell’ultimo Verdi furono assorbiti e rielaborati in modo originale da Antonio Smareglia e dai compositori della Giovane scuola, affermatasi a partire dall’ultimo decennio del secolo, fra cui Pietro Mascagni, Umberto Giordano, Francesco Cilea, Ruggero Leoncavallo e soprattutto Giacomo Puccini.
Non si deve trascurare il contributo della giovane scuola da parte di un musicista di “transizione”, come Amilcare Ponchielli, e dei francesi Charles Gounod e Georges Bizet che con Carmen aveva aperto nuove strade alla lirica europea del tempo.
In questo periodo gli operisti italiani, accantonati i soggetti storici della grande opera, si orientarono tuttavia verso drammaturgie di tipo realista o addirittura verista, ben più affini a quelle del teatro musicale francese del secondo Ottocento, in particolare al genere dell’opéra-lyrique.
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