Senza dubbio l’uomo che incarna maggiormente il movimento romantico è Ludwig Van Beethoven.
Nel periodo romantico gli autori iniziavano ad affrancarsi dalla corte, proprio in virtù di quel desiderio di libertà espressiva che li portava a mal sopportare le imposizioni dei potenti e perciò allontanarsi dalla loro protezione, e Beethoven incarna integralmente questo spirito.
Beethoven non ebbe mai quel rapporto di dipendenza che invece si ritrova in Haydn e, in parte, in Mozart: durante un concerto, al pubblico che insisteva nel cicaleccio gridò: “Io non suono per i porci!”, mentre al principe Lichnowsky scrisse: “(…) voi siete quello che siete per accidente di nascita; mentre io sono quello che sono per opera mia. Principi ce ne sono tanti, ma c’è un Beethoven solo!”.
Musicalmente, Beethoven fu classico ed anche romantico, appartenendo ad entrambi i secoli; la sua grandezza sta anche nell’aver accolto e non rigettato gli elementi del classicismo, facendone una nuova sintesi alla luce dell’ideale romantico.
La melodia diviene più vaga, l’armonia meno definita, ma il tutto viene comunque calato nella forma per essere controllato: i quaderni di appunti tenuti da Beethoven stesso testimoniano il desiderio di formalizzare e codificare il materiale prodotto, tipico del classicismo.
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